L’assistenzialismo che ci rovina – Editoriale di Aldo Berlinguer – L’Unione Sarda del 19/04/2022

Pocos, locos y mal unidos

La recente lettura di un libro mi ha nuovamente sollecitato a pensare alla proverbiale disunità e litigiosità dei sardi. Come fosse questo un elemento connaturato a chi vive nell’isola e altrettanto ben stigmatizzato dal noto brocardo pocos, locos y mal unidos, generalmente ascritto a Carlo V ma, più probabilmente, pronunciato da un arcivescovo di Cagliari.

In effetti, questa disunità non è nuova né caratterizza la sola Sardegna. Anche il sociologo Edward Banfield, che negli anni cinquanta provò a ricercare le cause della società arretrata del Mezzogiorno, ne rintracciò alcune nel cosiddetto “familismo amorale”, cioè nella netta prevalenza delle dimensione familiare su quella comunitaria. E Luigi Pirandello, a proposito dei suoi compaesani, scrisse che ogni siciliano “è un’isola nell’isola” cioè una persona che, per proprio temperamento, non riesce a sentirsi parte di una comunità ma resta avviluppato nella stretta cerchia dei propri affetti e dei propri interessi, tentando sempre di farli prevalere su quelli collettivi.

Altri aspetti li vediamo tutt’oggi nel nostro interagire quotidiano, specie nelle tanto frequentate chat, ove emergono, più nitidamente che mai, molte nostre inclinazioni temperamentali. Così personalismo e protagonismo guidano molti di noi ad incarnare gli argomenti sollevati, quasi fossero una proiezione di sé; la vanità induce ciascuno a mostrarsi migliore degli altri; l’insofferenza alle regole esalta la propria individualità, il dibattito assume invariabilmente una connotazione muscolare. E se qualcuno dissente si innesca il solito, totalizzante confronto bilaterale, subito dagli altri partecipanti, con il progressivo crescere dei toni, sino all’inesorabile abbandono di almeno uno degli sfidanti.

Ogni giorno, lo stesso quadro caricaturale si ripete e la comunità, ogni qual volta non si dimostra prona a conformarsi alle intemperanze individuali, viene abbandonata. Vi si partecipa dunque per affermare il proprio pensiero, non per contribuire ad un pensiero collettivo, comunitario. E più bassa è la statura degli individui, più i toni si alzano ed il dialogo diventa conflittuale.

Le cause? Sono probabilmente tante. Alcune note, sempre dibattute, altre meno, forse più remote ma non meno rilevanti. Al proposito, mi torna in mente quello “sprofondamento comportamentale” che l’etologo John Calhoun descrisse bene negli anni settanta in relazione ad alcuni esperimenti che, realizzati sui topi, erano destinati a generare possibili scenari sulla convivenza umana in un pianeta ricco di risorse e destinato, grazie ad esse, a sovrappopolarsi.

Nel suo più famoso esperimento, “Universo 25”, Calhoun inserì alcune coppie di roditori in un habitat assai ospitale, con cibo a volontà, nessuna insidia o predatore, condizioni climatiche ideali. Come è noto, l’esperimento condusse ad una rapida moltiplicazione dei topi ma le condizioni ottimali loro date fecero sì che, a lungo andare, la crescita si arrestò, crebbe la litigiosità e la prevaricazione di alcuni topi sugli altri, sino a portare la comunità dei roditori al collasso.

A generare l’infausto esito non fu tanto, o solo, il sovraffollamento; quanto l’abbondanza di risorse, ed il conseguente parassitismo, che contribuì a far degenerare il comportamento sociale degli animali, sino a inibirne la proliferazione.

Se ora noi immaginassimo un parallelismo con la condizione umana, anche in Sardegna, riferita ad un contesto nel quale l’abbondanza di risorse (e il conseguente parassitismo) è, anche qui, non solo un elemento di natura ma anche e soprattutto una variante eterodiretta (nel nostro caso dal sistema pubblico, che sostiene gran parte dell’economia isolana), potremmo dall’esperienza di Calhoun ricavare interessanti spunti di riflessione.

E capire che l’assistenzialismo (ormai divenuto unica missione di una politica degenere) liberando l’individuo dai vincoli di partecipazione sociale, che attraverso l’interazione contribuiscono alla sopravvivenza, accentua la deriva individualistica, la dissociazione e l’isolamento, i quali non sono meno conflittuali rispetto alla competizione per le risorse; anzi, rischiano di divenirlo di più.

Il tema è complesso e non voglio banalizzarlo. Ma una cosa è certa. L’assenza di un diffuso sentimento comunitario e la scarsa inclinazione alla cooperazione hanno cause diverse, risalenti e producono diseconomie. Ma l’idea che disunità, litigiosità e spopolamento, come tessere di uno stesso mosaico, derivino, in Sardegna, da un contesto di risorse scarse è tutta da dimostrare. E se proviamo a farlo potremmo giungere all’esatto contrario.

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