La globalizzazione è al capolinea? – Editoriale di Aldo Berlinguer – L’Unione Sarda del 18/05/2022

La globalizzazione è al capolinea?

Lo aveva detto Frederic Bastiat nel 1800: “dove passano le merci non passeranno gli eserciti” a significare che gli interscambi commerciali, l’ambizione dei privati, in un mondo interconnesso, sarebbero stati viatico di pace. E con la divaricazione tra pubblico e privato -secondo l’antico adagio: la proprietà al privato, l’impero al sovrano- la prima avrebbe avuto il sopravvento sul secondo.

Non solo, le libertà economiche avrebbero generato libertà politiche così rendendo i diversi ordinamenti più simili tra loro e tutti ispirati ad una visione democratica e liberale dei rapporti tra individuo e potere. A questa rappresentazione hanno creduto in molti, comprese le politiche strategiche europea e americana negli ultimi trent’anni. La stessa Comunità europea, che non riuscì a ritrovarsi unita nella prospettiva di una difesa comune (CED), ha potuto edificare un mercato interno basato su un’intesa mercantilistica, che solo più tardi (non ci siamo ancora arrivati) avrebbe potuto evolversi in politica.

Ebbene, oggi, il martirio degli ucraini ci apre gli occhi, ricordandoci che la creazione di un ordinamento liberaldemocratico non è un processo che può realizzarsi in poco tempo, grazie alla caduta di un muro o al dissolvimento di un impero. È un processo lungo e tormentato che in Inghilterra, in Francia, negli Stati Uniti e poi in tutto il continente europeo è durato secoli e costato milioni di vittime. I paesi, invece, che questo percorso non l’hanno compiuto o ne hanno attraversato solo alcune tappe non divengono, dalla sera alla mattina, democrazie liberali. E neppure sistemi basati sul mercato, sulla libera iniziativa economica e sulla concorrenza.

Sbagliavano dunque coloro i quali, già agli inizi degli anni ‘90, pensavano che anche la Russia fosse divenuta un sistema capitalistico. O coloro che davano per scontato, alla fine del 2001, l’ingresso della Cina nel WTO. Si erano probabilmente illusi che, così facendo, il mondo sarebbe divenuto un teatro aperto ed inclusivo caratterizzato dal confronto interconnesso delle attività imprenditoriali. Sbagliavano anche coloro i quali, da noi, sino a ieri hanno scambiato gli oligarchi per imprenditori, credendo che quegli uomini, al pari dei loro corrispondenti europei, si fossero affermati per capacità, tenacia e competenza nel libero gioco del mercato. Mentre invece si trattava di tutt’altro: avventurieri cresciuti all’ombra del potere politico dal quale hanno ricevuto immani regalie, finendo col trovarsi ad egemonizzare interi settori economici, con strabilianti profitti.

Non si trattava dunque di mercato, né di libertà economiche, dalle quali non poteva dunque derivare alcuna libertà politica, né dallo Stato né verso lo Stato. Insomma, i crescenti interscambi economici e commerciali, ai quali ci siamo legati mani e piedi, divenendo pure dipendenti, in vari settori, da altri Paesi, ci hanno fatto illudere che tutti fossimo diventati simili, accomunati dagli stessi consumi, dalla stessa lingua commerciale (cioè l’inglese) e da ampissime connessioni economiche e sociali.

Invece no; il sostrato culturale e le strutture politiche e amministrative di quei Paesi (non solo la Russia) sono rimaste legate a vecchi paradigmi antidemocratici e illiberali. E quando la politica si è sentita superata dall’economia ha reagito rompendo intese, legami e costumi che da essa erano derivati. Così il potere ha prevalso sul profitto. E questo non oggi, dinanzi alla drammatica riedificazione di una cortina di ferro che pensavamo ormai reliquia del passato. Ma già alcuni anni orsono, quando i primi smottamenti nell’equilibrio geopolitico mondiale si erano avvertiti. Non a caso il capo delegazione USA a Nairobi, Michael Froman, alla fine dei negoziati del Doha round, disse con estrema chiarezza: “il commercio internazionale è morto”, interpretando così la fine del multilateralismo, la ripresa di negoziazioni bilaterali, gli egoismi dei Paesi più abbienti: tutte opzioni che avrebbero largamente caratterizzato (non solo) l’amministrazione Trump negli anni a seguire.

Insomma, la politica torna a esercitare il proprio primato demolendo i ponti e i legami che il mercato ha saputo, negli anni, sedimentare. Ma, anche qui, non si tratta di politica come la intendiamo noi, cioè volontà popolare. Ma di mero esercizio di potere: paradigma questo ben diverso e non certo limitato alla sola Russia; anzi, più largamente condiviso dalla maggior parte dei Paesi del mondo. Aveva dunque torto Bastiat? Forse no; solo che la storia, per evolversi, vuole il suo tempo. E richiede pure persone che la sappiano leggere.

Vediamo allora quali reazioni il tessuto economico-produttivo saprà produrre dinanzi all’impoverimento generato dai rigurgiti della politica. E poi tireremo le somme. Nel frattempo, l’economia di guerra spingerà i vari Paesi verso l’affrancazione dalle dipendenze produttive e commerciali (con nuove pulsioni autarchiche) e verso la revisione dei propri modelli di sviluppo. In questo clima, cosa faranno le comunità locali? Prenderanno la palla al balzo per riflettere sul loro quadro economico-produttivo? E sull’incontro di domanda e offerta al loro interno? O attenderanno che le scelte le faccia, come sempre, lo Stato?

L’Europa, diceva Jean Monnet, sarà l’insieme delle risposte che saprà dare alle sue crisi. Vale solo per l’Europa o può prenderne spunto anche l’autonomia della Sardegna?

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