Fare i conti con la Cina – Editoriale di Aldo Berlinguer, ne L’Unione Sarda


Fare i conti con la Cina

Continua il dibattito sul clima e Mario Draghi pungola tutti sull’adozione di politiche sostenibili. “Avete ragione voi”, ha detto a Greta Thunberg, lanciando così un forte messaggio simbolico non solo agli ambientalisti.

Ma il tema dei cambiamenti climatici (un po’ come quello del commercio internazionale) è troppo ampio per stare negli esigui tavoli della politica occidentale e deve coinvolgere necessariamente il nuovo player mondiale: la Cina, senza la quale, ci piaccia o no, non ha senso parlare del pianeta.

La Cina è infatti il maggior emettitore di gas serra del mondo (con il 27% delle emissioni globali) e le sue decisioni hanno un peso maggiore di quelle altrui. Abbiamo dunque apprezzato il recente annuncio del presidente Xi Jinping di voler raggiungere il picco delle emissioni prima del 2030 e la neutralità carbonica entro il 2060, fiduciosi del ravvedimento del Dragone. La Cina si propone infatti di ridurre l’intensità di carbonio per unità di PIL di oltre il 65% (rispetto ai livelli del 2005) entro il 2030 e di portare i combustibili non fossili nel consumo energetico al 25% entro il 2030.

Eppure è noto che i cinesi abbiano attivato 38 gigawatt (GW) di nuova capacità elettrica a carbone, la quale garantisce ancora oltre il 70% dell’elettricità del Paese. Ed è noto che il XIV Piano quinquennale cinese, del 2021, non dice come conseguire gli obiettivi prefissati. Anzi, spinge molto sul manifatturiero (con ambiziosi obiettivi sull’innovazione perseguiti dallo Stato) e non pone limiti né al consumo di carbone né alle relative emissioni. Anzi, si sottolinea come l’utilizzo del carbone possa essere “pulito ed efficiente”.

Già perché, non dimentichiamolo, la Cina persegue tutt’oggi l’obiettivo dell’autosufficienza con la strategia della doppia circolazione che, da un lato, tende a mantenere l’integrazione con il resto del mondo, dall’altro, mira a fortificare la domanda interna e ridurre la dipendenza economica dall’esterno. Il che non lascia presagire una riduzione delle emissioni, anzi, muove verso un significativo aumento della produzione. Ed è noto, nella storia economica della Cina, come i governi locali spingano incessantemente per aumentare, non contenere la crescita, ostacolando così i progressi nella riduzione delle emissioni di carbonio.

Insomma, l’ultima parola, nella preservazione di questo nostro malandato pianeta, non appartiene a noi. La dirà la Cina a seconda delle finalità che essa stessa si prefigge, le quali non sono propriamente trasparenti e intellegibili né condivise con il mondo esterno.

Un dato per tutti: cosa fa la Cina per combattere la siccità nelle province nordoccidentali?  Ha allestito centri di bombardamento aereo, con missili terra-aria che quotidianamente bersagliano le nuvole con un composto chimico a base di ioduro d’argento. Esito: è aumentata la piovosità del 20%. Ma non sono queste pratiche climalteranti? I cinesi dicono di no. Peccato che si sia recentemente scoperto che tra due di queste province è sorto un contenzioso poiché una lamenta la sottrazione di pioggia da parte dell’altra. Ricapitolando: ha ragione si Greta Thunberg ma per i problemi planetari servono risposte planetarie. Che strategie persegue il mondo occidentale nei confronti della Cina?

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