LO STATO E I TERRORISTI – L’Intervento su L’Unione Sarda

Proseguono le procedure per l’estradizione dei terroristi catturati in Francia ed entro due, tre anni rientreranno in Italia. Saranno quindi definitivamente reclusi (come giustamente preteso da molti dei familiari delle vittime) e chiusa così la loro vicenda giudiziaria. Lieto fine? Non saprei: sia perché lo Stato, a suo modo, ha anch’esso latitato, non riuscendo ad assicurare per decenni la pena ai condannati. Sia perché la stessa pena, oggi, ha perso gran parte del suo significato. Quale deterrenza, infatti, e quale rieducazione a distanza di quarant’anni?

A me, personalmente, sembra più uno sfogo, questa cattura, finalizzato a non perdere la faccia; un modo per poter dire: prima o poi, la giustizia arriva sempre! Non si tiene invece conto che (come dicono gli inglesi) giustizia ritardata è giustizia denegata. E si evita così di raccontare la storia di quegli anni per com’è realmente andata: quando un certo Stato contrastava il terrorismo (a caro prezzo per tanti agenti e magistrati) e un altro Stato lo copriva e favoriva.

Ricordiamo cosa fu, in Italia, la “strategia della tensione”? Quel periodo buio che iniziò nel 1969, con la strage di piazza Fontana (in realtà già prima, col “Piano Solo” del 1964), ed è durato almeno sino al 1980, con la strage di Bologna, per poi arricchirsi di nuovi, ulteriori capitoli e sfociare (tra l’altro) nella trattativa tra Stato e mafia degli anni ‘90, per la quale vi sono ancora processi in corso, anche a carico di esponenti dei Servizi segreti?

Ricordiamo ciò che disse il Direttore della CIA dell’epoca? < l’Italia ha rappresentato, in quegli anni, un vero e proprio laboratorio di rapporti tra Stato, gruppi eversivi e criminalità organizzata>. Ricordiamo quanto ha scritto nel 2014 il Procuratore generale Luigi Ciampoli (costretto ad avocare a sé le indagini nel caso Moro)? < (esiste) un problema strutturale della realtà italiana: il problema della contiguità tra poteri criminali e poteri ufficiali senza che vi siano soggetti, istituzioni, centri, uffici che in questo Paese possano, in quanto tali, dirsene esclusi>.

 Tante, infatti, le condanne non eseguite, i latitanti neppure cercati (qualcuno siede ancora oggi indisturbato in un noto ristorante di Managua), tante altre condanne neppure comminate. Che dire ad esempio di quel Steve Pieczenik, agente inviato dal Dipartimento di Stato USA, che ebbe a dichiarare: <Ho messo in atto la manipolazione strategica che ha portato alla morte di Moro al fine di stabilizzare la situazione dell’Italia >? Per quell’uomo era stata avviata l’azione penale. Qualcuno sa com’è finita?

E come abbiamo fatto, da Maastricht (1992), a parlare di cooperazione giudiziaria europea stante la “dottrina Mitterand”?

Insomma, questa storia ci insegna che gli Stati sono grandi rocce carsiche, al cui interno si celano cavità e fiumi che portano acqua chissà dove. Chi vuol bene allo Stato dovrebbe fare una mappa geologica, per individuarli ed evitare che l’erosione possa farlo sgretolare. Di sicuro non può bastare l’estradizione di sette latitanti. Occorre fare assai di più. Aprendo anzitutto gli occhi, che abbiamo chiuso per tanto tempo.

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