Produrre o perire – Editoriale di Aldo Berlinguer – L’Unione Sarda del 19/01/2022

Produrre o perire

Si sa, una società (iper)consumistica deve produrre. Un luogo ove ciascuno desidera continuamente nuovi prodotti, per avere la sensazione di rinnovare anche sé stesso e sottrarsi così all’usura del tempo, deve assicurare l’offerta di quanto (percepito come) necessario.

Il dato, a prima vista banale, in realtà è assai implicante. Non serve infatti solo trovare chi è capace, ha voglia di fare e si sente di rischiare in proprio. Anche lo Stato deve fare la sua parte: prevedere percorsi autorizzativi efficienti, garantire la sicurezza dei luoghi, la loro accessibilità e infrastrutturazione, i servizi, monitorare la correttezza dell’attività economica, evitare una esagerata pressione fiscale..ecc.

In buona sostanza, il sistema pubblico deve accompagnare ogni iniziativa di mercato con una adeguata assistenza, una presenza vigile e virtuosa, evitando indebite ingerenze. Pubblico e privato, dovrebbero così cooperare nell’interesse generale. Almeno in teoria; la pratica, a ben vedere, è assai diversa.

Anche in questi giorni notiamo infatti come i rapporti tra pubblico e privato abbiano da noi tutt’altro segno. Bastino tre esempi. Uno: dinanzi ai rincari energetici, si preferisce sovvenzionare famiglie e imprese in difficoltà piuttosto che aumentare la produzione di energia, sfruttando al meglio le risorse a disposizione e magari velocizzando gli itinera amministrativi per l’installazione di impianti di energia rinnovabile. Due: la preoccupante scarsezza di materie prime, specie nel settore della componentistica auto e dei materiali per l’edilizia, non induce a incentivarne la produzione ma a istituire un fondo nazionale compensativo con risorse pubbliche. Tre: l’elevato costo dei tamponi non induce il governo a consentirne la somministrazione anche ad altri soggetti (come le parafarmacie) ma lo spinge a mantenere l’oligopolio delle farmacie, intervenendo semmai con misure atte a calmierare i prezzi, come nel caso delle mascherine.

Insomma, in tutti e tre gli esempi citati, lo Stato si astiene dal fare la sua parte, non incentiva la competitività e l’ampliamento del mercato ma ne condiziona le dinamiche sovvenzionando produttori e consumatori. La produzione, quindi, non aumenta. Ma si mitigano i sovrapprezzi di chi produce altrove e destina all’Italia quanto e come vuole. Come in una sorta di decrescita felice che di felice non ha nulla, anche perché le stesse istituzioni (erroneamente) qualificano il PIL (cioè la quantità di beni e servizi immessi nel mercato) come un indice di felicità collettiva. Quindi più il Pil diminuisce, più diventiamo tristi e depressi.

La decrescita è ancor meno felice per almeno due altri motivi: anzitutto perché la produzione non svanisce ma si sposta altrove, e con essa i relativi benefici economici e occupazionali, relegandoci per di più in posizione di consumatori dipendenti. In secondo luogo, perché – è noto- produrre nei Paesi emergenti, ove la sensibilità ambientale è molto più tenue della nostra, significa cagionare molti più danni all’ecosistema di quanto avverrebbe, stanti le norme in vigore, qui da noi.
Insomma, non produrre, oggi, in Italia, significa perire.

Ma questo non interessa né la politica né la pubblica amministrazione che, così facendo, lavorano meno e acquisiscono maggior potere (distribuendo a chi vogliono il gettito dei contribuenti) contentando tutti. E l’agonia avanza lentamente. Un po’ come per la rana di Noam Chomsky che, cullandosi nel tepore della pentola, finisce bollita.

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