Quella democrazia immatura – Editoriale di Aldo Berlinguer, ne L’Unione Sarda

Quella democrazia immatura

Continua a regalarci sorprese questa singolare democrazia italiana. Mario Draghi, che sta provando a far passare riforme ferme da anni (vedi il tema della concorrenza nelle concessioni), non vi sta riuscendo grazie ad una investitura popolare (che non ha) ma alla sua reputazione internazionale. E avvicinandosi l’ora delle votazioni per il Quirinale, i più vorrebbero tenerlo a Palazzo Chigi. Perché, se se ne va lui -dicono- le riforme non si fanno più e la UE ci toglie i fondi.

Alcuni vorrebbero addirittura trasformare la cd. “agenda Draghi” in un programma politico, non accorgendosi che anche un simile proposito non è propriamente democratico, perché mentre esalta il metodo (quello pragmatico e responsabile) usato da Draghi, trascura il merito delle sue scelte (che, in buona parte, sono individuali). Un po’ come comprare un libro nel quale appare solo il nome dell’autore: il contenuto è tutto da scrivere.

Ma non avevate detto che una simile situazione (anche Conte era un tecnico prestato alla politica) costituiva una sospensione della democrazia? Che occorreva tornare subito al voto? Ma se neppure le forze politiche hanno fiducia nei loro programmi e nel loro leader, cosa possono gli elettori?

Purtroppo, tutti gli indizi portano a una democrazia malata, nella quale forme e metodi di selezione della classe dirigente sono profondamente inadeguati, così come il sostrato culturale che vede nel voto un rapporto di scambio: che me ne viene a me? Le idee, i progetti non paiono interessare a nessuno. Decenni di mance e prebende sembrano aver determinato un danno culturale irreparabile e la qualità del ceto politico ne è la riprova.

Solo il M5S, con la sua forza d’urto, ha rappresentato un momento di svolta, aprendo una breccia nella politica clientelare (quella stretta soffocante che -per di più- è inversamente proporzionale al dato demografico: attanaglia maggiormente i centri piccoli ipotecando lo sviluppo di chi ne ha più bisogno). Ma si è trattato di una svolta effimera e temporanea, un ariete di cartone contro il muro del potere. E ora che l’ariete è andato in frantumi? Bene tornare agli antichi fasti? Rassegnarci a che, dopo il populismo, torni il clientelismo? Oppure è necessario preparare un’offerta politica che prosegua il lavoro dell’ariete, rafforzandolo con meritocrazia, progetti e competenze?

Ecco perché non può bastare l’“agenda Draghi” ed è necessario che la politica si armi di visione, contenuti e torni a fare il mestiere che le compete (e che ha smarrito da troppo tempo). Lo so, in tante aree del Paese, un reale esercizio democratico non ha mai attecchito e l’antico regime cova ancora sotto la cenere. Basti ricordare come Luigi Torelli, prefetto in Sicilia nel 1866, per far riconoscere lo Stato liberale, ripristinò l’antico trono viceregio e vi si sedette agghindato con le onorificenze e le medaglie del grado. Davano più sicurezza quelle ai palermitani. La libertà faceva troppa paura. L’Italia è un Paese immobile, non dimentichiamocelo.  E molti, antichi retaggi non sono mai del tutto svaniti.

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