Meritocrazia e Lilliput – Editoriale di Aldo Berlinguer, ne L’Unione Sarda


Meritocrazia e Lilliput

Qualche giorno fa è apparso, su questo Giornale, l’interessante contributo di Paolo Fadda sull’assenza di meritocrazia. Un problema atavico, noto a tutti, che attanaglia la società italiana e la costringe ad una condizione di nanismo. Una sorta di grande Lilliput nella quale ogni cosa (risorse umane, imprese, organizzazioni collettive..) assume forme minute e tutto precipita in una dimensione piccola, chiusa, provinciale.

Il problema è noto. Molto meno la sua soluzione. A ben vedere, infatti, non tutti concordano sulle “Quattro proposte concrete per valorizzare il talento e rendere il nostro Paese più ricco e più giusto (Milano 2008), di Roger Abramavel. Anzi, alcuni, come lo storico Mauro Boarelli (Contro l’ideologia del merito, Roma-Bari 2019), ritengono che la meritocrazia avrebbe effetti nefasti poiché nobiliterebbe le diseguaglianze. Alla sua insegna, si formerebbero infatti governi elitari, composti da pochi scelti, che adotterebbero politiche cetuali a danno dei meno abbienti.

La tesi non mi convince ma non ho qui lo spazio per confutarla. Mi basta notare come l’alternativa, tutta italiana, alla meritocrazia la conosciamo bene: una realtà immobile, senza visione e progettualità, ove il potere perpetua chi lo detiene e dove la mobilità sociale non esiste. Sappiamo quindi che le politiche cetuali, di cui parla Boarelli, sono già ampiamente praticate nel nostro sistema, non c’è bisogno di temere la meritocrazia. Si confonde così la cura col male finendo anche con l’ignorare come questa nostra realtà lillipuziana vive e si alimenta.

Guardiamo infatti alla Sardegna, alla legge regionale Omnibus appena approvata. Chi la scorre si imbatte (oltre che in altre non commendevoli amenità) in un lunghissimo elenco di contributi alle attività più disparate, che vanno dalla ristrutturazione di chiese parrocchiali alla formazione nel settore aeronautico, allo sport dilettantistico, a premi letterari, sostegni alla lettura ecc. Milioni di euro largiti a iniziative, alcune probabilmente meritorie, che però scontano tutte un dato: l’assenza di una selezione meritocratica. Cioè una competizione, aperta e regolamentata, basata su elementi il più possibile oggettivi e verificabili.

I meccanismi di selezione sono altri, purtroppo. E lo sappiamo bene. Sono tutti clientelari e servono a mantenere al potere chi già lo detiene. Per questo, proprio in Sardegna, si era tentato di arginare queste prassi con la legge 18 del 2006:  una disciplina avanzata sul finanziamento dell’offerta culturale attraverso procedure pubbliche certe e trasparenti per tutti. Ma quella legge è rimasta lettera morta. Non conveniva attuarla e si sostenne che, mancando la programmazione amministrativa sul settore, non potesse trovare applicazione. Così, dal 2013, si è tornati all’antica prassi dei contributi ad personam.

Ma allora veniamo al punto. Non eludiamolo. Perché la meritocrazia non si realizza e si alimenta il nanismo lillipuziano, di cui parla Fadda? La risposta è sin troppo semplice: perché non conviene. Non conviene ai nani.

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