Mare Nostrum – Editoriale di Aldo Berlinguer su Sardiniapost

Terra contaminata, destino di un’isola

La Sardegna ospita 35mila ettari di servitù militari: equivalgono al 60 per cento di tutte le basi italiane

Le isole in Italia – si sa – sono un fatto meteorologico. Con l’estate, tutti le desiderano, le sognano, le frequentano. Salvo poi dimenticarsene un attimo dopo, quando cala la sera e torna il freddo.

Al di fuori di questa breve parentesi estiva, delle isole si perde la memoria, specie delle più piccole e meno abitate. Ad esse vengono attribuiti altri compiti, spesso ingrati, come quello penitenziario che le sottrae, a volte per sempre, ad altre finalità. Di recente la Cnn ha redatto una classifica delle isole più belle d’Italia. E non ci stupiamose molte di esse sono o sono state carceri. Montecristo, ad esempio, che oggi è paradiso di biodiversità, nel corso del XIV secolo fu colonia penale. E da ciò prese spunto Alexander Dumas nel suo capolavoro “Il Conte di Montecristo”. Analoga sorte ebbero Pantelleria e Favignana, sino al 1975. E le isole Tremiti, nell’Adriatico, adibite a confino durante il ventennio fascista, al pari dell’isolotto di Santo Stefano, prospiciente Ventotene, ove Altiero Spinelli scrisse il famoso Manifesto europeista. Altre isole, come Capraia e Pianosa, sono state carceri sino ad epoca recente. Altre ancora, come Gorgona, lo sono tutt’oggi.

Anche la Sardegna ha pagato il suo tributo insulare ai carceri, con la triste esperienza dell’Asinara, ancor oggi imbrigliata in mille pastoie amministrative. Ma non è bastato. Alla Sardegna è stato chiesto anche altro: ospitare basi militari della Nato, come a Santo Stefano (della Maddalena) o a Tavolara. E dedicare 35.000 ettari alle servitù militari: circa il 60 per cento di tutte quelle italiane. Nell’Isola si trova di tutto: poligoni missilistici, aerei, di esercitazioni a fuoco, aeroporti, serbatoi di carburante e varie altre infrastrutture militari. Luoghi, questi, ove singolarmente convivono aree protette, esercitazioni, esplosioni di ordigni di ogni tipo, con l’impatto ambientale che si può immaginare. Non si tratta infatti solo di simulazioni ma di guerra vera. Con anche militari stranieri che vengono, a pagamento, per sperimentare armi, come in una sorta di parco giochi, adibito a war games, ove vige una transizione ecologica invertita. Anche la salute e la sicurezza degli stessi militari sono messe a rischio ma nessuno fiata.

Per questo, la legge di bilancio 2018 ha introdotto nuove norme che richiedono quantomeno un po’ di trasparenza nella gestione di questi presidi e nelle connesse ricadute ambientali, demandando i controlli alle competenti autorità amministrative.
Ma, guarda caso, anche queste norme, a tutt’oggi, sono lettera morta. Neanche la sinistra ambientalista sembra curarsene, anzi, plaude alla “restituzione” di qualche granello di sabbia; come se le spiagge di Porto Tramatzu o S’Enna e S’Arca non appartenessero già alla Sardegna. Eppure potrebbe fare molto, visto che governa proprio il ministero della Difesa. E che dire di quell’autonomismo sempre fiero e urlante che scodinzola dinanzi ai miseri indennizzi governativi?
Se poi qualcuno parla di bonifiche viene preso per matto. Eppure esistono aree, come la cosiddetta “penisola interdetta” di Capo Teulada, lastricate di materiali bellici (esplosi ed inesplosi), di varia natura, non propriamente innocui per salute e ambiente. Viene quindi da chiedersi: qualcuno ha pensato di candidare la bonifica di quest’area sui fondi del Next Generation Eu? Non è forse questo il momento giusto per farlo? Su questo tema si è fatto, per anni, molto rumore: varie manifestazioni, qualche inchiesta, molte rivendicazioni assistenziali. Ma non v’è nessuna progettualità, nessuna azione politica seria e pragmatica, nessuna concreta proposta su come ridurre l’estensione di questi poligoni e renderli più rispettosi di salute e ambiente.

Sono anche usciti alcuni docufilm sull’argomento, come “Piccola pesca” (di Enrico Pitzianti, 2004), “Balentes” (di Lisa Camillo, 2018) e “L’Agnello” (di Mario Piredda, 2020), tanto che l’intera questione ha assunto ormai i toni della commedia all’italiana. Periodicamente si accende la luce. Si apre il sipario, si richiude, applausi.

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