Oltre ogni ragionevole dubbio – Editoriale di Aldo Berlinguer – L’Unione Sarda del 06/01/2022

Oltre ogni ragionevole dubbio

Sono passati pochi giorni dal caso Burzi: l’ex consigliere regionale piemontese che si è tolto la vita dopo la sua condanna per peculato. E questa vicenda, come tante altre, rischia di cadere nel dimenticatoio.

Eppure le rimborsopoli regionali sono state tante negli ultimi anni ma nessuna ha avuto un epilogo così drammatico e irreparabile. Toccante l’ultima lettera che Burzi, poco prima della fine, ha scritto con fermezza e lucidità, dichiarandosi innocente. Ciò che fa comprendere quanto delicato e difficile sia il ruolo di chi giudica e quali conseguenze esso produca sulla vita delle persone.

Verrebbe quindi, di getto, da ribadire con forza la necessità che ogni magistrato abbia doti, come equilibrio, saggezza, esperienza, che non possono scaturire da un mero concorso pubblico ma necessitano di un lungo percorso professionale (forse svolto prima fuori e solo dopo) all’interno dell’ordine giudiziario.

Ma se ci si ferma un attimo a riflettere, un altro dato salta agli occhi: l’assoluzione di Burzi in primo grado e la sua condanna in appello, confermata poi dalla Cassazione. Colpisce infatti un dato su tutti: che se la giudice che lo ha dapprima assolto (e che Burzi aveva pubblicamente ringraziato) fosse stata in Corte d’Appello e coloro che lo hanno condannato fossero stati in Tribunale, Burzi sarebbe oggi innocente e probabilmente ancora vivo.

Viene quindi da chiedersi: può un imputato risultare o meno innocente a seconda dell’’anzianità o dell’avanzamento in carriera del magistrato? Il dato non è banale visto che la nostra Costituzione ritiene i magistrati soggetti solo alla legge (art.101) e li distingue solo per funzione (art.107). Non vi sono, dunque, magistrati gerarchicamente sotto o sovraordinati.

E perché quindi due gradi di giudizio più la Cassazione, con ennesime possibilità di rinvio (basti ricordare il processo Sofri per l’omicidio Calabresi, con 15 sentenze in 12 anni)? C’è chi dice che tutto questo serva proprio a fugare ogni dubbio. Sarà; ma se la parola dell’ultimo giudice, in ordine di tempo, (in quanto “definitiva”) spazza via quelle di tutti gli altri, che dubbi si sono fugati?

Ricordiamoci che, dopo le sentenze “Franzese” e “Andreotti”, è stato inserito nell’art. 533 c.p.p., il principio secondo cui: “Il giudice pronuncia sentenza di condanna se l’imputato risulta colpevole del reato contestatogli al di là di ogni ragionevole dubbio”.

Il principio è stato importato dagli ordinamenti angloamericani che lo applicano ai giurati (già il diritto medievale inglese richiedeva, per la condanna, una prova “più chiara della luce”; la sez.1096 del​ codice penale californiano​ parla di “convinzione incrollabile sulla fondatezza dell’accusa”). Ma se a dissipare i dubbi dedichiamo ben tre processi e in uno di essi l’imputato viene assolto, non emerge proprio da questo un “ragionevole dubbio” sulla sua colpevolezza?

Eccoci finalmente al dunque. All’imputato condannato in primo grado concediamo pure altre chances di dimostrare la sua innocenza. Ma se esso viene assolto, la sentenza dev’essere definitiva. Il processo non è un esercizio induttivo (da cui la famosa metafora del tacchino di Russell).

Qui repetita non iuvant. Un solo giudizio basta a confutare le accuse. Come spiegò magistralmente Einstein (ripreso poi da Popper): “non basteranno tanti esperimenti a darmi ragione; ne basterà un solo a darmi torto”.

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